I crocifissi di legno e i crocifissi umani


La celebrazione della Pasqua è per i credenti non soltanto un appuntamento con l’evento fondante della loro fede,  ma anche un’occasione per attualizzare questo evento nella loro vita personale e sociale. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti, non sono soltanto una vicenda del passato da commemorare, ma l’orizzonte di senso entro cui leggere il presente e costruire il futuro. Non a caso, in questi giorni, molte parrocchie e diocesi tradizionalmente effettuano una via crucis per le vie del quartiere o per i quartieri della città, a significare che la liturgia del cristiano coinvolge tutta la sua vita, sia dentro che fuori le mura del tempio, e si declina non solo nei riti, ma nei luoghi, nelle attività, nei rapporti di cui si intesse la vita quotidiana, per impregnarla e trasformarla. 
Anche al di là delle processioni del venerdì santo,  il crocifisso,  più che mai in questa congiuntura storica, non si lascia chiudere nei luoghi di culto. Esso in vari modi irrompe sulle prime pagine dei giornali e dei notiziari radio-televisivi e inquieta sia la nostra società post-cristiana che il nostro cristianesimo abitudinario e sonnolento. È ancora viva la memoria della battaglia politica, giuridica, ma soprattutto culturale,  che ha visto protagonisti i crocifissi di legno appesi alle pareti dei nostri locali pubblici. Li si voleva togliere di mezzo come un simbolo di potere e di privilegio, quando lo sono, piuttosto, di una tradizione religiosa condivisa dalla stragrande maggioranza del nostro popolo, che ha sempre visto in essi il richiamo a un mistero di amore e di condivisione. E si sarebbe così cancellato il solo segnale alternativo alla società spietata del profitto e del consumismo, contro le cui immagini e i cui slogan invasivi, veicolati a pagamento dal circo mediatico, nessuno si sogna di protestare.
Soprattutto, però, il simbolo pasquale della passione di Gesù si ripresenta ai nostri occhi in quegli uomini, in quelle donne, in quei bambini, di cui da tempo – ma in questi giorni con un frenetico crescendo -  le cronache narrano il calvario. I loro viaggi estenuanti, prima, spesso, attraverso i deserti africani, poi sui barconi infidi dove riescono a trovare un posto solo pagandolo con tutto ciò che possiedono – i risparmi di una vita in cambio di una briciola di speranza - , poi in “centri di accoglienza” simili a lager, con la prospettiva di essere infine ricacciati nel nulla da cui provengono, più poveri e più disperati di prima. Molti di loro   - sono ancora le fredde notizie delle agenzie di stampa a dirlo – muoiono per strada. Ogni tanto i riflettori indugiano per un istante su qualcuna di queste tragedie annunciate, come è stato per le due povere donne annegate davanti alla costa di Pantelleria, alle soglie di una felicità solo sognata. Ma sono centinaia, sono migliaia coloro che in questi anni sono finiti così, nel buio di un mare in tempesta.
Il paradosso è che la maggioranza che governa il nostro Paese e buona parte dei cittadini, anche cattolici,  di cui tale maggioranza è espressione, mentre si sono battuti con tutte le loro forze, pieni d’indignazione, per difendere i crocifissi di legno, con la stessa decisione  ostentano la loro indifferenza e il loro rifiuto nei confronti di questi crocifissi in carne ed ossa. Non parliamo, qui, delle ragionevoli riserve sulle modalità in cui l’esodo si sta svolgendo, né delle necessarie misure per renderlo sostenibile. Ci riferiamo, piuttosto, alle frasi di ripulsa e di disprezzo, con cui tanti esponenti politici di primo piano, e non solo da oggi, hanno preso posizione nei confronti del dramma  di questi profughi. Davanti a simili esternazioni, tremende sulla bocca di uomini che si dicono difensori dei valori cristiani, ci è tornata in mente la parola di Gesù: «Ebbi fame, e non mi avete dato da mangiare… Ebbi sete, e non mi avete dato da bere… Fui forestiero, e non mi avete accolto…». 
La settimana santa non è cominciata lunedì. La passione di Cristo si sta svolgendo da tempo sotto i nostri occhi di spettatori distratti.  Ma il mistero della Pasqua ci dice che Colui che è stato crocifisso è risorto e tornerà a giudicare i vivi e i morti. Già da ora Egli è segno di contraddizione, che misura le nostre scelte. Nella sua vittoria pasquale tutti i poveri e gli stranieri di questo mondo troveranno il loro riscatto. Questa, nell’ora dolorosa che viviamo, è la nostra indefettibile speranza. Ma, se vogliamo davvero partecipare alla Pasqua, dobbiamo, nel contemplare le piaghe del Risorto, chiederGli la grazia di trasformare il nostro cuore di pietra in un cuore di carne.  Perché possiamo imparare a riconoscere il Suo volto in quello sfigurato dei nostri fratelli e delle nostre sorelle che tendono le mani verso di noi.

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