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A proposito del referendum alla Fiat Mirafiori

   Nel mondo contemporaneo l’irruzione della realtà virtuale sta rimettendo in discussione l’esistenza stessa di quella che virtuale non è che, fino a ieri, eravamo abituati a chiamare, semplicemente, “realtà”. È così che, nei titoli giornalistici l’esito del referendum svoltosi tra i lavoratori della Fiat Mirafiori è stato presentato come «la svolta storica del sì» e un segno del «coraggio degli operai di andare avanti». 

   Comprendiamo le ragioni che hanno spinto tanti – compresa una buona parte della “sinistra” – ad auspicare questo risultato, l’unico, probabilmente, che consente prospettive economiche favorevoli a breve e a medio termine per gli stessi operai, per la città di Torino, per il Paese. Quello che, in coscienza, non possiamo accettare è che venga etichettato come un atto di responsabilità dei lavoratori, tacendo, o lasciando in secondo piano, un fattore sicuramente importante e forse decisivo che ha contribuito a determinarlo, e cioè la minaccia, fatta esplicitamente e reiteratamente dall’amministratore delegato dell’azienda, di chiudere lo stabilimento, spostando all’estero la produzione, se esso fosse stato diverso.

   La “svolta storica”, in realtà, non è nell’orientamento degli operai, ma nello stile del datore di lavoro. Per quanto riguarda la volontà dei primi, la dice lunga il fatto che, malgrado l’alternativa al consenso fosse la perdita del salario e, per molti, la fame, metà di loro hanno preferito dire “no”, con una percentuale che supera di gran lunga quella degli aderenti alla Fiom. Quanto ai “sì”, siamo ben lontani dal considerarli un segno di viltà, come qualcuno ha fatto: quando si hanno moglie e figli, piegarsi a una minaccia è una dolorosa necessità. Salutare questo, però, come un atto di responsabile adesione alle “magnifiche sorti e progressive” del mercato globalizzato è sarcasmo.

   Qualcuno dirà che la presa di posizione di Marchionne era l’unico modo di sconfiggere la prepotenza dell’ala dura del sindacato. Ci può essere in questo una parte di verità. Siamo stati più volte testimoni, questo è vero, di una cecità e di un’arroganza sindacali, che hanno preposto interessi corporativi alle oggettive esigenze del bene comune. Anche se, nel caso delle nuove regole che venivano proposte a Mirafiori, non siamo così sicuri che l’opposizione della Fiom sia ingiustificata, non vogliamo entrare nel merito. Ipotizziamo che veramente le nuove regole non ledano in alcun modo i diritti sostanziali dei lavoratori. Sicuramente, però, ha leso la loro dignità un metodo che non ha lasciato alcuno spazio a un serio confronto e che, usato in altri contesti, potrà servire a imporre loro rinunzie ben più gravi di quelle di cui si è parlato in questi giorni.

   Lo “stile Marchionne”, infatti, è destinato, ovviamente, a fare scuola. Su «Avvenire» di domenica 16 gennaio un titolo recitava: «Gli imprenditori del Nordest: pronti a seguire Marchionne». E nel corpo dell’articolo si leggeva che «sono ben sette ogni dieci le imprese a Nordest pronte a passare dalla contrattazione nazionale a quella aziendale, con notevoli ricadute sul piano salariale». Come se i salari degli operai italiani non fossero già , a detta degli esperti, tra i più bassi d’Europa. Intervistato, il presidente di Confindustria Friuli dichiarava: «E’ la filosofia di Marchionne che vogliamo applicare».

   Già, la filosofia di Marchionne. “O così o pomì”, diceva una vecchia pubblicità. Ma è questa la visione dei rapporti di lavoro che vogliamo regoli la nostra società nel futuro? Siamo sicuri che contrapporre all’arroganza sindacale quella padronale sia un guadagno? E che sia un progresso passare da un governo che tradizionalmente difendeva – spesso troppo in chiave assistenzialistica – gli interessi dei lavoratori, a uno che, per bocca del suo premier, sostiene altrettanto unilateralmente le ragioni degli imprenditori?

   Nella Caritas in veritate Benedetto XVI ha sottolineato che «la società non deve proteggersi dal mercato, come se lo sviluppo di quest'ultimo comportasse ipso factola morte dei rapporti autenticamente umani» e che «anche che nei rapporti mercantiliil principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica. Ciò è un'esigenza dell'uomo nel momento attuale, ma anche un'esigenza della stessa ragione economica» (n.36).

   Quello a cui abbiamo assistito non ci sembra vada in questa direzione. E probabilmente, come dice l’ultima osservazione del Papa, se ne sconteranno le conseguenze anche sul piano «della stessa ragione economica», se è vero che un’azienda in cui (almeno) metà degli operai si sente oggetto di una costrizione e non ha neppure voce a livello di rappresentanza sconta in partenza un serio handicapanche sul piano dell’efficienza produttiva.

   A chi, poi, sostiene che non c’era altra scelta, nel mondo della globalizzazione, ricordiamo le parole di Benedetto XVI, nell’enciclica sopra citata, là dove afferma che non ci si può trincerare dietro le anonime leggi del mercato e gli inesorabili meccanismi dell’economia per giustificare comportamenti che in realtà dipendono sempre, in qualche misura, da libere scelte di persone in carne ed ossa (cfr. n.17). E questo coinvolge la responsabilità non solo di Marchionne, ma di tutti noi.



Pubblicato su "Toscana oggi" del 23 gennaio 2011

Il "caso Fiat" e la dottrina sociale della Chiesa

   Sul “caso Fiat” sono state dette molte cose. C’è stato chi ha accusato l’amministratore delegato dell’azienda, Marchionne, di comportamenti antisindacali e antidemocratici e chi, invece, ne ha difeso l’operato come un atto coraggioso, da cui può derivare un salutare rinnovamento della nostra politica industriale. C’è stato chi ha posto l’accento sulla rottura operata dalla Fiat nei confronti del contratto nazionale e chi, invece, sulla limitata portata dei sacrifici imposti dal nuovo contratto. C’è stato anche chi, pur senza minimizzarne il prezzo, ha sottolineato l’inevitabilità della nuova linea nel tempo della globalizzazione e ha considerato perciò inutile la discussione.

   Tra tante voci, è apparsa assente, o comunque molto flebile, quella dei cattolici. Quelli di loro che si sono pronunziati, pro o contro, lo hanno fatto solitamente con argomentazioni ispirate a criteri economici o politici. Molti hanno considerato la questione come un problema interno alla sinistra, lacerata da evidenti contraddizioni. È mancato, nella stragrande maggioranza dei casi, un preciso riferimento alla visione del lavoro espressa in tanti documenti del magistero, nel quadro della Dottrina sociale della Chiesa.

   È appena il caso di precisare che il punto di vista etico-religioso non deve mai esonerare da uno sguardo realistico sulle situazioni. Ma la definizione dello sviluppo come «vocazione», data da Paolo VI nella Populorum progressio e ripresa da Benedetto XVI nella Caritas in veritate evidenzia che, in quanto «lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli» (Caritas in veritate, n.17), non ci si può trincerare dietro le anonime leggi del mercato e gli inesorabili meccanismi dell’economia per giustificare comportamenti che in realtà dipendono sempre, in qualche misura, da libere scelte di persone in carne ed ossa: «Anche le situazioni di sottosviluppo (…) non sono frutto del caso o di una necessità storica, ma dipendono dalla responsabilità umana» (ivi).

   Ora, in quest’ottica, i criteri spesso ritenuti logici e indiscutibili da chi si riferisce al modello astratto e unilaterale dell’homo oeconomicus, appaiono inadeguati. E non per la sovrapposizione estrinseca di una morale che, così utilizzata, sarebbe inevitabilmente solo moralismo, ma per il riconoscimento che alla radice della stessa vita economica sta l’uomo integrale e che anche alle situazioni del mercato ci si deve accostare con uno sguardo che rifletta quello di Dio: «La visione dello sviluppo come vocazione comporta la centralità in esso della carità» (n.30).

   Si noti che il Papa non esita a mettere in primo piano una virtù teologale, piuttosto che generici valori umani, nella convinzione che proprio lo specifico dell’identità cristiana possa essere fecondo anche sul piano sociale ed economico.
  Certo, osserva Benedetto XVI, «nei confronti dei fenomeni che abbiamo davanti, la carità nella verità richiede prima di tutto di conoscere e di capire, nella consapevolezza e nel rispetto della competenza specifica di ogni livello del sapere». Ma già a questo livello, «la carità non è un'aggiunta posteriore, quasi un'appendice a lavoro ormai concluso delle varie discipline, bensì dialoga con esse fin dall'inizio. Le esigenze dell'amore non contraddicono quelle della ragione» (ivi).

   Non ci sembra, francamente, che qualcuno – credenti compresi – abbia tenuto conto di questa prospettiva, certamente rivoluzionaria – come lo è il Vangelo – nel dibattito sul “caso Fiat”. Eppure il tema oggetto di questo dibattito era e rimane uno di quelli centrali della Dottrina sociale della Chiesa, tanto da potersi sicuramente considerare un “valore non negoziabile”: al problema del lavoro e della sua dignità, prioritaria rispetto a qualunque logica di profitto, i sommi Pontefici hanno dedicato pagine memorabili. Ma chi, in questa circostanza, ha fondato le proprie argomentazioni – per esempio - sulla Laborem exercens di Giovanni Paolo II? Chi si è mobilitato, in un senso o nell’altro, in nome della visione cristiana, rivendicando il diritto di quest’ultima a non essere considerata una consolante utopia, ma una chiave di lettura insostituibile dei problemi e una prospettiva di fondo a cui almeno il credente – ma anche il non credente – dovrebbero ispirarsi per dare ai problemi economici e sociali soluzioni più umane?

   Da parte nostra, non intendiamo in questa sede proporne. Esse dovrebbero scaturire da una riflessione comune svolta dai credenti – di qualunque parte politica, quale che sia il loro ruolo sociale – che finora è mancata. Il nostro solo intento, con queste brevi riflessioni, è di contribuire a farla sviluppare. Anche per ricordare a tutti che quando la Chiesa parla della difesa della vita dal suo concepimento al suo termine naturale include anche ciò che ne minacci alla dignità nella fase intermedia.



(Diffuso dall'Agenzia SIR)